La prossima messa all’asta di un disegno di Giovan Battista Beinaschi, prevista per il 14 ottobre 2025 alla Capitolium Aste di Brescia (Fig.1a), offre l’occasione per proporre una riflessione su alcune attribuzioni al pittore, di origine torinese ma attivo prevalentemente a Roma e a Napoli. Come è noto, l’ampio corpus pittorico di Beinaschi è stato ricostruito da Francesco Petrucci e dal compianto Vincenzo Pacelli nella fondamentale monografia a lui dedicata , e successivamente aggiornato con nuove acquisizioni critiche nel contributo pubblicato nel 2020. Al lavoro di Petrucci, che ha magistralmente contribuito a elevare Beinaschi tra i maggiori protagonisti del Barocco tra Roma e Napoli, si affianca il recente contributo del dott. Alessandro Brogi, pubblicato nel 2017.
Presentato per la prima volta all’asta Heidelberg (Winterberg) del 24 aprile 1971 come “maniera di Guido Reni”, il disegno, eseguito a penna e acquerello bruno su carta, è stato riconosciuto da chi scrive come opera di Beinaschi in occasione della sua vendita alla Capitolium. Beinaschi, come giustamente osserva Petrucci, è stato un eccellente disegnatore, il cui linguaggio si distingue per un marcato fervore, capace di coniugare i modi di Lanfranco con quelli di Borgognone, di Pietro Testa e di Maratta.
È possibile porre in relazione il disegno della Capitolium con il dipinto che rappresenta lo stesso soggetto, Sant’Andrea condotto al martirio, conservato nella collezione del duca di Norfolk a Carlton Towers (Fig.1b).


Nel disegno — eseguito in controparte rispetto al dipinto — oltre alla figura di sant’Andrea, sono presenti anche altre figure che si ripetono in modo simile nelle pose e negli atteggiamenti, sebbene disposte in maniera differente rispetto all’opera di Carlton Towers. È inoltre da osservare che il volto del santo è stato rappresentato da Beinaschi in modo pressoché identico in un disegno conservato a Vienna (Graphische Sammlung) (Fig.1c), probabilmente uno studio preparatorio per gli affreschi della cappella del Crocifisso nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli.
1c G.B.Beinaschi, Particolare del disegno Capitolium confrontato con Studi di Santo presso Graphische Sammlung a Venna.
Al corpus del pittore andrebbe aggiunto anche un bozzetto raffigurante l’Allegoria della Giustizia Divina, esitato nel 2011 presso Eurantico Casa d’Aste (Fig.2a). L’opera, caratterizzata da figure scorciate che richiamano i moduli compositivi di Lanfranco e da un intenso chiaroscuro, entrambi elementi tipici della produzione di Beinaschi, si presenta come una versione decisamente più qualitativa rispetto al dipinto conservato al John and Mable Ringling Museum of Art di Sarasota (Fig.2b).


Quest’ultimo, sebbene attributo dal museo a Beinaschi, sembrerebbe non essere stato preso in considerazione da Petrucci e andrebbe verosimilmente declassato a copia.
È da includere, inoltre, al catalogo dell’artista una quarta versione del dipinto raffigurante Lot e le figlie, una delle più belle composizioni che Beinaschi eseguì probabilmente durante il suo soggiorno napoletano.


L’opera, oggi conservata al Museo Diocesano di Monopoli (Figg. 3a – 3b ), è erroneamente attribuita a Francesco Fracanzano.
È altresì da includere nella produzione di Beinaschi il Matrimonio mistico di Santa Caterina d’Alessandria con Sant’Anna, passato a Bologna all’asta Gregory’s il 7 Aprile 2017 (Fig.4a). Il dipinto è, infatti, da porre in stretta relazione con un’altra composizione dello stesso soggetto, già nella collezione Ducrot a Roma (Fig.4b) , in cui si riconosce la medesima figura di Santa Caterina.


Non mancano, inoltre, significative affinità con la pala d’altare raffigurante la Madonna con Bambino e Sant’Anna, conservata nella parrocchiale di Cantalupo in Sabina.
Infine, si segnala un dipinto, già in collezione privata a Trento nel 2019, raffigurante la Morte di San Giuseppe (cm 158×188; Fig.5a), da mettere in relazione con un’analoga composizione conservata in collezione privata inglese (Fig.5b).


L’inedita versione di Trento, pur essendo una replica quasi pedissequa della tela inglese e di dimensioni analoghe — con l’aggiunta di una porzione nella parte inferiore — presenta, tuttavia, segni di discontinuità qualitativa e una marcata durezza nel tratto, elementi che suggerirebbero un’assegnazione del dipinto alla scuola di Beinaschi piuttosto che all’autore stesso. È da osservare, a tal proposito, che nell’inventario napoletano dei beni di Carlo Ceva-Grimaldi, duca di Telese, era presente “Un quadro di palmi 6 per 8 coll’effigie della Morte di San Giuseppe della Scola di Beinaschi…”; il che rende altamente probabile che il dipinto in esame corrisponda all’esemplare menzionato nell’inventario.
È da ricordare che del dipinto inglese esiste anche un’altra versione, di maggior respiro e priva della figura dell’angelo in alto a sinistra, che si assegna all’atelier del pittore.
Ulteriori approfondimenti meritano tre dipinti attribuiti a Beinaschi, i quali dovrebbero essere più correttamente riferiti alla mano di altri artisti.
Il primo di questi è il San Francesco proposto in vendita alla Pandolfini il 22 Aprile 2013, lot. 99, attribuito a Beinaschi dal professore Stefano Causa (Fig.6a). A questa composizione a figura intera è possibile affiancare una versione a mezza figura raffigurante San Domenico di Guzmán, esitata a Barcellona presso Setdart il 7 Settembre 2022, lot. 49, come “Cerchia di Francesco Solimena (Fig.6b) e con l’identificazione del soggetto in San Nicola di Tolentino. Tali opere, a parere di chi scrive, andrebbero piuttosto restituite a Giacinto Brandi, artista con il quale Beinaschi è stato spesso confuso.


Così, anche il dipinto esitato a Parigi all’asta Tajan, il 2 Ottobre 1999, lot. 44, attribuito a Beinaschi, andrebbe in realtà assegnato a Giacinto Brandi; ed è infatti sotto questo nome che l’opera era già stata proposta in vendita, qualche anno prima, nella medesima asta, il 14 Dicembre 1992(Fig.7).

Il terzo e ultimo dipinto sul quale è necessario fare qualche considerazione è il Tributo della moneta, recentemente acquistato dalla Cassa di Risparmio di Fossano (Fig.8a). L’opera è stata attribuita a Beinaschi dal prof. Nicola Spinosa in occasione della sua vendita all’asta Dorotheum, ma non risulta inclusa nel catalogo dell’artista pubblicato da Petrucci nel 2020. Una seconda versione, altrettanto qualitativa, è stata presentata all’asta Koller di Zurigo il 23 Settembre 2022, lot.3027, (Fig.8b) con l’attribuzione generica alla “Scuola del nord Italia”.


In occasione di questo breve contributo, si segnala una terza versione, già documentata nel 1934 in una collezione privata olandese, dove figurava attribuita a Guercino (Figg. 8c – 8d).


È anche parere di chi scrive non riconoscere la mano di Beinaschi nelle versioni del Tributo della moneta, la cui autografia andrebbe piuttosto cercata nell’ambito della pittura veneto-emiliana tra il XVII e il XVIII secolo. Una certa affinità stilistica si rileva, infatti, con il San Matteo di Felice Torelli (Verona, 1667 – Bologna, 1748), già presso la galleria Accorsi di Bologna nel 1964 Si auspica che quest’ultime osservazioni possano stimolare ulteriori riflessioni per meglio precisare l’autografia di queste opere.
Patrizio BASSO BONDINI & Veronica MERLO Roma 12 Ottobre 2025
